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Cambiamento climatico: le nuove sfide per le aziende in Italia e nel mondo

 

Intervista al professor Stefano Pareglio, ordinario di Economia all’Università Cattolica del Sacro Cuore ed esperto dei cambiamenti climatici. Con lui parliamo della transizione ecologica nel mondo delle imprese. Le aziende stanno iniziando a operare integrando beni e servizi sostenibili, ci spiega. Ma per arrivare alla consapevolezza c’è ancora della strada da fare.

12 giugno 2023

La realtà dei fatti, con la sua concretezza, sta spingendo manager e aziende a prendere atto degli effetti dei cambiamenti climatici. Stefano Pareglio, ordinario di economia all’Università Cattolica del Sacro Cuore da anni segue l’impatto dei cambiamenti climatici e della transizione ecologica sul mondo delle imprese e sul mercato dei capitali. «Non siamo all’anno zero, ma – ha detto – non siamo neanche nelle condizioni in cui forse dovremmo essere, tenendo conto della materialità di questo tema».

 

Domanda: A che punto siamo? Qual è la percezione da parte delle aziende sui rischi legati ai cambiamenti climatici?
Risposta: «Una recente ricerca di Deloitte condotta in occasione del forum di Davos indaga proprio l’atteggiamento dei CxO (Chief Experience Officer, traducibile in “responsabile dell'esperienza del cliente”; Ndr) rispetto al tema del cambiamento climatico. In questa occasione sono stati intervistati circa 2000 manager di 24 paesi a livello globale. Quello che emerge è che oltre il 42 per cento dei partecipanti riferisce che il cambiamento climatico costituisce la principale sfida che dovranno affrontare. A livello italiano la situazione è ancora più evidente. Un manager su due, in Italia, riferisce infatti che il cambiamento climatico, e tutto ciò che da esso ne deriva, sia in termini di adattamento che di mitigazione, costituiranno le principali sfide da affrontare nei prossimi anni. Oltre il 60 per cento di essi ritiene che il cambiamento climatico provocherà effetti rilevanti sulle operazioni e gli investimenti d’azienda nei prossimi tre anni».

 

D: Questa è la percezione. Si sta cominciando a tradurre in azioni concrete?
R: «Non siamo all’anno zero, ma non siamo neanche nelle condizioni in cui forse dovremmo essere, tenendo conto della materialità di questo tema. Si è piuttosto consolidata l’attenzione verso il rischio di transizione, quello cioè connesso all’evoluzione delle politiche, delle norme, del mercato, della reputazione. Le aziende stanno iniziando a operare integrando – e cercando nel contempo di produrre – beni e servizi sostenibili. Ovviamente la risposta è alquanto diversa a seconda dell’industria di riferimento. Gran parte degli attori lamenta ancora difficoltà sul fronte dei costi e in alcuni casi dell’assenza di un sistema regolatorio incentivante. In sintesi, non è sufficiente la sola riduzione delle emissioni; serve intanto un’altrettanto incisiva azione per contenere gli impatti crescenti del clima che cambia. La buona notizia è che ci sono gli strumenti per intervenire su entrambi i fronti, grazie all’innovazione tecnologica e alla finanza. Però dobbiamo agire subito, diversamente la sfida diventerà sempre più complessa».

 

D: Sarà la realtà a portare innovazione e adattamento?
R: «La realtà, come dicevo, già ci obbliga a far fronte a questa sfida. Siamo partiti un po’ prima sul fronte della mitigazione. Oggi vediamo che la generazione da fonti rinnovabili ha avuto una straordinaria crescita in termini di capacità installata e una riduzione dei costi che continua, di anno in anno, a superare le previsioni. Qualcosa di simile è atteso per le tecnologie e gli strumenti legati all’adattamento. Penso ad esempio allo sforzo che deve essere compiuto nel settore idrico. Tutto il ciclo dell’acqua potrebbe essere ripensato: è una risorsa preziosa, che va trattenuta, condotta in modo adeguato, usata in modo efficiente, reimpiegata laddove possibile, e così via. A livello nazionale, sarebbe utile ad esempio intervenire per aumentare la capacità di trattenere l’acqua piovana, per rendere più efficienti gli usi finali (come si fa per l’energia) specie nel settore agricolo, per favorire il riuso, superando alcuni ostacoli normativi. Concentrarsi solo sul tema delle perdite degli acquedotti, ci svia dalla reale portata del problema. Pensiamo ad esempio all’agricoltura del Nord Italia, storicamente ricco d’acqua, che impiega ancora largamente l’irrigazione per scorrimento e conduce l’acqua con canali in terra, metodi che oggi probabilmente non sono più adatti alla carenza manifesta di questa risorsa».

 

D: Casi di studio italiani che stanno andando oltre?
R: «Il nostro sistema imprenditoriale è fondato principalmente sulle medie e ancor più sulle piccole imprese. Queste realtà debbono essere aiutate e guidate, e questo compito è sempre più spesso assolto dalle imprese di maggiori dimensioni. La partecipazione di PMI italiane alla catena di fornitura di grandi imprese, anche multinazionali, è dunque un tema molto interessante, e abbiamo già diversi esempi in questa direzione. Per il decisore politico questa è una grande opportunità per far leva su queste esperienze e sulle grandi imprese del nostro Paese affinché esse trasmettano il loro impegno lungo la catena di fornitura».

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